venerdì 18 luglio 2008

Cos'è lo short selling?

In questo periodo si fa un gran parlare di short selling, ossia la pratica di vendere qualcosa che nella realtà non si possiede.

Lo short selling, nel gergo dei mercati finanziari, è semplicemente la vendita di titoli allo scoperto. E' una prassi in uso da tempo che, a torto, fa percepire i venditori come cinici speculatori. In realtà, oltre ad osservare che anche chi vende a termine un titolo o una materia prima, s'impegna a consegnare qualcosa che ancora non ha, il ribassista ricopre un ruolo fondamentale nell'efficienza dei mercati.

Senza le vendite allo scoperto, gli analisti hanno stimato che la bolla speculativa del 2000 avrebbe potuto gonfiarsi oltre misura provocando danni ancora più gravi. Senza la pressione dei ribassisti, società di capitali mal gestite non verrebbero mai punite dal mercato. Inoltre, laddove non è possibile effettuare vendite allo scoperto, spesso perché non si riesce a trovare a prestito i titoli, si sono viste anomalie di prezzo che hanno tratto in inganno tanti piccoli investitori.

A molti, la decisione della SEC (Securities and Excange Commission), di limitare lo short selling su un gruppo di 19 titoli, scelti tra i maggiori titoli bancari degli Stati Uniti d'America, è parsa come un'azione volta a scoraggiare questa pratica. In realtà si è trattato soltanto di impedire una distorsione, ovvero che venisse aggirato l'obbligo di farsi prestare i titoli.

Ma vediamo tecnicamente come avviene un'operazione di short selling.

L'investitore scommette sul ribasso delle azioni, ma lo fa vendendo titoli che in realtà non possiede (titoli allo scoperto). L'investitore, che vuole operare, chiede le azioni in prestito ad un terzo tramite il proprio broker.

L'operazione di prendere in prestito i titoli ha un costo: viene pagato il tasso d'interesse preteso dal prestatore (in genere poco superiore all'Euribor, attorno al 5%) cui va aggiunta una piccola commissione a favore del broker.

A questo punto, l'investitore vende sul mercato le azioni, ad esempio 100 a 100 euro cadauna, della società XXX, chiedendo al proprio broker di trovare un soggetto che gli presti queste 100 azioni. Le azioni non gli verranno consegnate fisicamente: il broker le darà alla stanza di compensazione, la cosiddetta "clearing house".

Fatto ciò possono verificarsi due eventi: a) le azioni calano; b) le azioni salgono.

Se le azioni calano, diciamo del 20%, a 80 euro cadauna, l'investitore chiude l'operazione comperando sul mercato 100 azioni che consegnerà a chi gli aveva prestato i titoli. In pratica, a fronte di una spesa pari a 8000 euro (oltre commissioni e interessi), il nostro avrà ottenuto un guadagno di circa 2000 euro lordi.

Se, invece, le azioni salgono, ad esempio del 20%, l'investitore chiude l'operazione comperando sul mercato 100 azioni che, in seguito, consegnerà a chi gli aveva prestato i titoli. La spesa totale dell'investimento ammonterà a 12.000 euro, di conseguenza, il nostro, avrà perso circa 2000 euro lordi. Al fine di chiudere la posizione con una perdita più contenuta e prefissata, di solito, gli investitori più accorti ricorrono al cosiddetto "stop loss", letteralmente "stop alle perdite". Questo strumento di money management è, infatti, l'unico che consente di ridurre al minimo le perdite derivate dall'investimento in attività finanziarie con assunzione di rischio.
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