
Il punto di partenza può essere, una volta individuato il proprio profilo rischio-rendimento e le diverse tipologie di fondi più adeguati a soddisfarlo, considerare per ogni tipologia tutti i fondi a questa appartenenti, in modo da avere un campione significativo. A questo punto, si osservano i relativi rendimenti, tenendo bene a mente, però, che i rendimenti vanno sempre corretti per il rischio sopportato dal fondo. Per cui, nell'ambito della stessa categoria, la scelta non necessariamente deve ricadere sul fondo che ha reso di più, ma su quello che, nel predefinito orizzonte temporale di investimento, ha conseguito il rendimento più elevato a parità di rischio o il rischio minore a parità di rendimento. Se confrontiamo, ad esempio, due fondi azionari che investono sul mercato italiano, non è detto che il fondo con il rendimento più elevato sia in assoluto il migliore. É possibile, infatti, che questo fondo abbia assunto rischi maggiori, cioè abbia una volatilità superiore. Una misura approssimativa del rendimento corretto per il rischio può essere desunta proprio considerando come varia nel tempo il valore della quota del fondo. Fissato un adeguato orizzonte temporale di investimento, l'investitore non dovrebbe considerare esclusivamente la variazione percentuale del rendimento del fondo ma anche la frequenza e l'ampiezza dell'oscillazione del valore della quota. Un altro parametro per valutare il rendimento di un fondo è verificare l'andamento del mercato di riferimento attraverso il benchmark. La valutazione del rendimento del fondo, infatti, deve avvenire non in modo assoluto ma relativo. Fissato un adeguato orizzonte temporale, i termini del confronto devono essere l'andamento del mercato di riferimento e i fondi che abbiano un analogo profilo di rischio rendimento. Questa valutazione va effettuata sia in fase di selezione dei fondi da acquistare, sia durante l'investimento, per valutare se permangono i presupposti che hanno determinato la scelta dei fondi stessi. A oggi, per fare degli esempi concreti, dall'inizio dell'anno i fondi che hanno ottenuto un ritorno migliore, nell'ordine del 10% circa, sono quelli specializzati in titoli di Stato dell'Unione europea e quelli specializzati nei Bond del Tesoro americano. Un risultato particolare, frutto del rafforzamento della valuta americana rispetto a quella europea. E dando uno sguardo agli azionari americani c'è da rallegrarsi, dato che in molti hanno raggiunto performance a doppia cifra, fino a toccare quota 18%. Del resto, l'S&P 500 da gennaio a ottobre è salito del 13,18% ma a un anno è cresciuto del 31,40%. Ma il 20% si poteva guadagnare anche puntando sui migliori gestori specializzati sui listini del Vecchio Continente, che in media sono saliti di poco meno del 6% circa. Mentre puntando su prodotti affidati a esperti dell'investimento in corporate bond, le obbligazioni delle aziende euro che da molti mesi vengono guardate dal mercato come alternativa all'investimento nei titoli di Stato sotto pressione, si poteva spuntare fino al 17% con i primi della classe e il 7% con la media di tutta la categoria. Performance senza dubbio interessanti, molto legate alla criticità dei mercati. Questi numeri, infatti, rappresentano la somma di due periodi opposti: uno relativamente roseo, compreso tra gennaio e marzo 2012, e uno molto più complesso, quello che arriva fino a oggi. Ma se si volesse fare una media, i risultati delle principali categorie di fondi tra il 30 giugno e il 30 novembre 2011, i sei mesi in cui la crisi del debito sovrano è esplosa in tutta la sua virulenza, si troverebbe inevitabilmente una marea di segni meno (dal -0,61% degli azionari America fino al -21% di Piazza Affari, maglia nera della crisi) e pochissimi segni positivi: quelli dei bond internazionali, Usa e dei paesi emergenti.